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Franchising vs Paternariato

Breve introduzione al partenariato, una formula commerciale a rete ancora poco nota in Italia, ma che ha preso piede in diversi paesi europei. Soprattutto in Francia.

Articolo in collaborazione con il Dott. Mirco Comparini e Iref Italia.

Il mondo delle reti commerciali è in continua evoluzione, sia in Italia, sia all’estero, in una costante ricerca di adattamento a formule innovative, efficaci e snelle che consentano uno sviluppo, ma anche una stabilità, nei sempre più difficili e turbolenti mercati.

In altri paesi, tale concetto è stato appreso da tempo e le reti commerciali sono riuscite a creare forme di distribuzione adattate alle esigenze degli operatori professionali desiderosi di confrontare le loro conoscenze e le loro esperienze con altri. Tra queste c’è anche il partenariato, che in Italia ancora pochi conoscono.
Alcuni aspetti del partenariato sono riconducibili e presenti in altre formule, come il franchising, ma questa formula è dotata anche di caratteristiche proprie che in alcuni paesi europei, la Francia prima di tutto, le stanno attribuendo un buon successo.
Questa è la conseguenza di un fondamentale equivoco che, nel tempo, è stato trasferito nel nostro paese parlando della legge francese (Loi Dubin) come “normativa sul franchising” per quella nazione. Al contrario, la Loi Dubin, non si applica solo al franchising, ma riguarda l’insieme delle reti del commercio organizzato.

Senza poter entrare nei dettagli, la legge francese non cita mai, contrariamente alla nostra normativa, il know how.

Infatti, l’elemento più importante che differenzia il partenariato rispetto al franchising è il fatto che prevede la rimozione dell’obbligo di presenza e di trasferimento del know how, che nella legge italiana è invece uno dei requisiti normativi essenziali per poter essere in presenza di rapporto di franchising, ma anche uno dei requisiti normativi più difficilmente definibili del rapporto stesso.

Il paternariato è una tecnica di sviluppo e di gestione che unisce dei partners per un accordo di interesse comune in ragione del quale essi si impegnano a cooperare stabilmente condividendo le loro conoscenze e le loro reciproche esperienze. Il partner principale accorda al partner indipendente, in cambio di una compensazione finanziaria diretta o indiretta, il diritto di utilizzare i suoi elementi di proprietà intellettuale, la sua esperienza e le sue conoscenze, allo scopo di commercializzare i prodotti e/o i servizi della formula che egli ha ideato e precedentemente messo a punto. I partners opereranno in comune durante tutta la durata del contratto, allo scopo di uno sviluppo reciproco ed equilibrato, in uno spirito di partenariato, senza qualsiasi manifestazione gerarchica, pur mantenendo l’identità e la reputazione della rete. (definizione ufficiale a cura di Iref Italia)

Nei prossimi articoli, analizzeremo meglio il paternariato e le maggiori differenze col franchising.

Trend: il Franchising in “multi-unità”

Il Franchising “multi-unità” è, senza dubbio, il trend di maggior crescita nel settore, assieme al “paternariato”, di cui scriverò presto. 

Dalle mie recenti ricerche, ma anche da input di mercato e feedback avuti dai miei stessi clienti e secondo la società di servizi FRANdata, circa il 50 per cento delle imprese di franchising sono attualmente di franchisee con più di una unità operativa. Tend molto americano, ma che si sta sviluppando anche oltre oceano.

Molti degli imprenditori di franchising di oggi stanno cogliendo l’opportunità di investire in accordi di multi-sviluppo, in quanto questi hanno dimostrato di essere un grande successo sia per il franchisor che per il franchisee. Negli ultimi cinque anni, le statistiche sulle entrate hanno dimostrando che i multiproprietari tendono a massimizzare i loro profitti a un tasso superiore di quello dei singoli proprietari.

Leggendo il rapporto della Small Business Administration (SBA), si evince che i proprietari di più unità sono diventati “il gruppo più prosperoso delle piccole imprese.” La relazione prosegue affermando che circa i tre quarti di questi imprenditori si trovano in una fascia di reddito alta e metà di essi possono essere classificati in una fascia di ricchezza elevata.
Infatti, uno dei motivi di questo aumento della redditività è dovuto al fatto che le “multi-unità” sono in genere gestite dagli investitori più esperti soprattutto in fase di massimizzazione dei profitti.

Inoltre, ma è facile dedurlo, il franchisor preferisce supportare un franchisee già avviato che investire in una nuova operazione.

Quali sono i vantaggi della “multi-unità”?
I multiproprietari di Franchising concordano che, avere più di un franchising sotto la propria gestione può risultare un vantaggio finanziario. Un esempio? Il franchisee Gulam Choudhury, che ha comprato il suo primo franchising Dunkin’ Donuts due decenni fa, ora possiede un pacchetto di sei negozi, multi-unità.
Oltre a maggiori profitti, Choudhury ha affermato che grazie alla sua piccola catena ottiene maggiori risparmi anche dal fatto che ha bisogno di utilizzare solo una cucina per tutti i sei negozi.

Inoltre, i multiproprietari di franchising possono gestire al meglio il personale tra i diversi negozi e sono in grado di offrire maggiori opportunità per il loro avanzamento. Infatti, sempre più spesso, le aziende trovando molto più conveniente gestire e supportare un minor numero di affiliati in possesso di un numero maggiore di unità. Ecco perché una grande azienda preferisce gestire, per esempio, 75 proprietari di franchising che operano 300 unità, piuttosto che la gestione di 300 operatori in franchising separati.

A seguito di questo trend, un numero crescente di imprese offrono solo opportunità di franchising per potenziali franchisee disposti ad accordarsi per un pacchetto minimo di sviluppo.

Sempre negli USA, Dunkin’ Donuts è un caso emblematico, gli investitori devono essere in grado di acquistare un accordo di sviluppo per almeno cinque negozi. Questo, secondo Dunkin’ Donuts è il risultato di un piano strategico di espansione per triplicare i punti vendita per un totale di 15.000 negozi negli Stati Uniti entro il 2020.

Qual’è il rovescio della medaglia?
La realtà è che la maggior parte dei franchisee non sono in grado di investire in più di una unità alla volta e, in molti casi, preferiscono già a priori non espandersi. L’acquisto di un pacchetto minimo, contempla non solo una grande quantità di capitale, ma anche il tempo e le risorse per l’esecuzione più unità, quasi contemporaneamente, quindi si rende necessaria una grande capacità di selezione, una grande capacità organizzativa della rete e un forte coinvolgimento nella governance del sistema.

Nonostante quest’ultimo punto e nonostante l’esborso di denaro, tempo e risorse, l’investendo in “multi-unità” di franchising risulta essere un modo efficace per massimizzare il potenziale di profitto, soprattutto se si sta investendo in un ben consolidato marchio di successo.

Voi cosa ne pensate?