Il mio Hotel – A Parigi, Gesù ha i calzoni corti.

Paris under attack!

Una cara amica mi ha chiesto: “visto che lavori molto nei paesi mediorientali, di origine e cultura araba, nonché di religione musulmana, pensi che la tua azienda debba scrivere qualcosa sui fatti di Parigi? Prenderai posizione rispetto a quello che è accaduto?”

La mia risposta è stata un secco: “NO”, seguito da uno sfogo scomposto di pensieri dettati da 18 anni di continui viaggi in Medio Oriente.

No, la mia azienda non prenderà posizione, non dirà nulla. Non utilizzerà questi incomprensibili avvenimenti per fare audience. Ch senso avrebbe?. Meglio un omertoso silenzio.

Perché, invece, io decido, a livello personale, di dire qualcosa? Perché ho turbamenti che mi torcono le budella e diverse esperienze dirette che ho bisogno di condividere.

Poi, per le analisi più profonde, rileggiamoci la Fallaci o Terzani, e di entrambi prendiamo il meglio, perché la verità sta sempre a metà. Se, poi, vogliamo comprendere perché la Francia, ripassiamoci la storia, soprattutto Mitterand.

Perché ne parlo proprio qui, nello spazio destinato a “Il mio hotel”?

Perché la memoria mi ha riportato a circa 17 anni fa, durante il mio primo viaggio in Arabia Saudita. Un soggiorno lungo, di quelli che non vorresti mai fare, con il week-end di mezzo. Quelli che allenano la pazienza. Beh, io, in quel week-end, ho conosciuto la legge del taglione: una folla infuriata si era stretta attorno a un uomo incriminato di furto e ho visto volare via la sua mano come un uccello muto.

Quella mattina avevo imparato anche che, con i bermuda o i calzoni corti, in hotel, non si può nemmeno andare a fare colazione.

Chiaro il concetto? Si applicano le regole.

Sono a disagio coi commenti da “bar dello sport” e vorrei tanto che le persone si informassero meglio, prima di dire qualsiasi cosa o di postare sui social solo per seguire la massa. (ne parlai anche qui Israel and Palestine)

Perché, in Kuwait, se entro in un ascensore stretto, con dentro marito e moglie, lui si pone di mezzo allungando il braccio a mo’ di sbarra? Perché queste sono le loro regole, è la loro usanza, è il loro modo di vivere. 

E allora perché, il popolo occidentale non fa rispettare le sue? Perché si perde tempo a dibattere sul crocifisso nelle scuole o sull’apertura della nuova moschea?

Facciamo rispettare le regole! Punto e basta.

Siamo in Italia e, se non ti sta bene il crocifisso, torni da dove sei venuto, non alzi la voce, e lo dico con la stessa serenità con cui lo direi ad un alunno che non vuole fare catechismo. Chiedi il permesso e sarai esonerato. Non pretendi che tutti non facciano catechismo e quindi, non puoi pretendere un’integrazione che comporti la messa in discussione della nostra cultura. L’integrazione, quella vera, è un’altra cosa.

Abbiamo bisogno di azione e non di parole, certo, ma non quella delle bombe, bensì quella della capacità di essere padroni, accoglienti, ma fermi, in casa nostra.

Conosco tanta gente in Libano, come in Israele: ci sono persone colme d’odio, che si ammazzerebbero subito, ma altrettante che hanno amici e amori al di la del confine. Ricordo che arrivai a Riyadh il giorno dopo l’attentato kamikaze al compound americano, forse ve lo ricordate. Il cliente che dovevo incontrare mi venne a prendere e mi disse: “sono sconcertato, mia moglie (saudita) se ne vuole andare, ha paura. Non so che fare”. (E lo dici a me?)

Quella sera in hotel, mi sono sentito terribilmente solo e impotente.

Ricordo Beirut nel 2005: arrivai che c’era una folla incredibile nelle strade, la mattina dopo, ci fu un’esplosione in pieno centro, vicino al Phoenicia Hotel. Vissi in una città fantasma per tre giorni. Era irriconoscibile. Poi, la normalità. Almeno apparente. 

Ricordo Israele, qualche mese dopo l’attentato kamikaze alla discoteca sul lungomare di Tel Aviv. Gente in fila al centro commerciale per i controlli di routine; posti di blocco lungo le strade, atmosfera strana, ma, comunque, tutti in giro, specialmente la sera. Festa.

A cena domandai: ma come fate a vivere in questo modo?

Risposta: e come dovremmo vivere? Chiusi in casa come topi? Sarebbe suicidio. Morti senza essere sepolti.

Feci la stessa domanda a Beirut. Stessa risposta. Almeno qualcosa li accomuna. Paradosso: la voglia di vivere.

Gli arabi sono permalosi, come noi del resto, ma, se è vero che, nel Corano, Gesù è riconosciuto come un profeta, perché un credente praticante musulmano dovrebbe uccidere o odiare i cristiani? Non ha senso. Evidentemente c’è altro, qualcosa che ci sfugge, di più grande e complesso, che non afferisce alla religione, ma che trova nella religione il bacino di combattenti più pericoloso che ci sia.

Eppure io non educherò i miei figli ad aver paura di un arabo o di un musulmano più di quanta non ne debbano avere del vicino di casa, che magari, li spia la sera, quando tornano a casa.

Non chiediamo di scacciare il diverso, anche noi lo siamo per loro.

Chiediamo, invece, che le regole vengano applicate, come le applicano loro.

Se non è possibile fare colazione in hotel coi calzoni corti, ok: basta saperlo.

Per il resto, meglio vivere in pace.

About Norman Cescut

I love my job because I simply believe in what I do and I love to do it. I love traveling, both for business and pleasure. Meeting different people and cultures has always fascinated me, it enriches me. I love laughing, enjoying good food, my BBQ is highly appreciated by all of them. I love dancing and I love taking portraits. I’m in love with life. . - Owner & CEO at DESITA, the International Retail & Foodservice Consultancy Company specialized in shop concept design, franchising and sustainability. - Vice President, National and International Coordinator of IREF Italia, the European Franchise & Partnership Network Organization. - MENAFA Ambassador to Italy (Middle East and North Africa Franchise Association) - International Franchise Academy member and part of its Knowledge Tank. - Creator & founder of ECOFFEE the sustainable coffee shop project & related sustainable entrepreneurship platform. - Representative for the sustainable business in Italy of HH Abdul Aziz bin Ali Al Nuaimi, aka “Green Sheikh”, member of the Ruling Family of the Emirate of Ajman – UAE.

2 thoughts on “Il mio Hotel – A Parigi, Gesù ha i calzoni corti.

  1. Caro Norman,
    Condivido il tuo pensiero e come dici tu la verità tra Oriana e Tiziano sta nel mezzo, anche se per me è più verso Oriana.
    Il problema è molto semplice. Non abbiamo le palle per imporre agli altri le nostre regole come noi le dobbiamo rispettare da loro. Ricordo ancora Dubai e gli Emirati Arabi che impongono anche a chi non musulmano di seguire il Ramadan e non bere e mangiare in pubblico, ma poi sali su aereo della Thai Airways per Bangkok ed è pieno di musulmani vestiti di bianco che appena rinfrescati nella loro camera di albergo ne escono vestiti da occidentali per girare tranquilli nei bordelli a Soy CowBoy…
    Da cattolico cristiano che sono domenica pregherò il nostro Dio e Gesù per dare pace all’anima di quei morti ammazzati da delle menti fanatiche e malate, non solo per quell di Parigi, ma anche per quelle di Beirut, Tel Aviv, Istanbul e della Tanzania.
    Un saluto da Singapore, dove le varie religioni convivono e si rispettano.

    Mandi

    MM

    1. Caro Michele, grazie del tuo contributo.
      Sai qual’e’ la cosa buffa? È che ho scritto questo post da Abu Dhabi, dove attorno ad una grande piazza ci sono chiese e moschee e dove, finita la funzione religiosa, si trovano tutti in pace.
      Si, anche questo, come ben conosci, è un luogo di paradossi.
      Stammi bene!

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